Protetti da una barriera invisibile eppure efficace, prendono il nome di “resistenti”. A favorire questa naturale difesa all’infezione e alla malattia ci sarebbe qualche specifica condizione genetica. Anche il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale nel favorire o meno la “protezione” dal virus di un soggetto che è stato a stretto contatto con un infetto. A studiare questa particolare categoria di soggetti sono i ricercatori di Tor Vergata guidati dal professore di genetica medica Giuseppe Novelli che stanno lavorando all’interno di gruppo di 250 laboratori coordinati dalla Rockfeller University di New York.
Come sottolinea l’infettivologo Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità operativa di malattie infettive del Policlinico Agostino Gemelli Irccs di Roma: “La resistenza al Covid-19 segue l’esperienza già maturata per altre malattie, come per l’Hiv, dove la delezione del gene, il CCR5 delta 32 , conferisce una sorta di resistenza a chi la possiede nei confronti dell’infezione. Nonostante l’Hiv, sia una malattia nota, identificata nel 1981, e nonostante siano stati condotti vari studi per svelare il “segreto” di questa resistenza, al momento non sono ancora completamente chiariti i meccanismi della protezione”.
“Al momento – spiega ancora Cauda – è stato più volte invocato un diverso comportamento degli individui nei confronti del virus responsabile del Covid-19 per spiegare come alcuni soggetti abbiano forme asintomatiche, altri sviluppino una malattia e, tra quanti sviluppino la malattia, c’è chi ha una risposta immunitaria infiammatoria esagerata che può portare anche a forme più gravi e alla morte. Anche se si ipotizza che questi eventi responsabili di maggiore gravità siano legati al sistema immunitario, al momento non si è ancora compreso perché avvenga in alcuni persone e in altre no”.
Un ruolo fondamentale per giustificare una maggiore o minore suscettibilità lo ricoprono anche i gruppi sanguigni oppure caratteristiche genetiche eventualmente legate ad una diversa etnia. “Che il gruppo sanguigno influisca sul contagio e sulla malattia lo conferma uno studio canadese condotto su oltre 220mila persone, e apparso sugli “Annals of Internal Medicine” un paio di mesi fa. Tale studio – ricorda Cauda – indica che chi ha il gruppo sanguigno 0 (zero) ha il 12% di possibilità in meno di contrarre il virus e questa percentuale sale al 21% se si ha anche l’Rh negativo. A differenza delle persone con il gruppo A e AB che sembrerebbero essere più suscettibili al Covid-19. Mentre sono stati meno conclusivi gli studi legati ad una diversa suscettibilità in rapporto alle diverse etnie”. Laddove si ipotizzino influenze legate alla genetica, sono molto difficili da studiare dal momento che necessitano di verifiche su grandi numeri: “La singola osservazione non può diventare una generalizzazione”.
Fonte: Repubblica.it
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